Su Trilussa in piazza di Stefano Ambrosi (Zac)

Di che cosa parla questa poesia sotto il velo della semplicità? Parla di un busto, il busto di Trilussa, un busto monolitico che contrasta in tutta la sua durata con l’effimera movida che «s’aggita se increspa come un’onna»: è la poesia che sta a monumento/monimento di noi “baraondari” (non a caso Zac rima baraonna con moribbonna, nonché con colonna: anzi moribonna rappresenta proprio il trait d’union tra il movimento della baraonna e la stasi della colonna, svelando il punto nevralgico del componimento, ossia l’antitesi – che ha del tragico – tra vita e morte). Ma la solitudine del poeta, che resta sì da solo (v. 10), ma regge anche «la luce nòva der mattino», e il tormento del v. 7 si trasformano in magia (v. 17): l’eterna magia della poesia…
Leggiamola:

’Sta piazza è a nome mio! Mica è bucìa.
’Na vita presa a verzo e sentimento
e peddeppiù, nun è cojoneria:
m’hanno rifatto er busto a monumento.

Da un muro de mattoni a fà ornamento,
resto affacciato su ’na baraonna
che chiameno movida, un ber tormento,
lei s’aggita se increspa come un’onna…

poi all’arba se disperde moribbonna.
Resto da solo drento ’sto giardino,
ma come un trave sopra ’na colonna
reggo la luce nòva der mattino:

“…poi me la canto e seguito er cammino”
Vorebbe ancora riccontà la mia
ma puro uperta ar tempo scortichino
’sta mano dice: “FINE”, e così sia,

ar verzo sopraffino: ’sta maggia,
ch’è un palloncino ormai volato VIA!

Questa poesia è composta rispettando la consegna della forma “a palloncino” ideata e commissionata da Leone Antenone ai magnifici otto del suo corteo pallonaro.
Il suo idioma è il dialetto romanesco o romano che dir si voglia (che dir si possa, che dir si tenti…). Un dialetto quasi per nulla annacquato nell’italiano, ma piuttosto autentico, tranne forse il sopra ’na (v. 11), invece di sopra a ’na, o l’ormai del v. 18 (a Roma c’è oramai: meglio piuttosto un già, metricamente equipollente) o quel mattino al v. 12 (a Roma c’è matina, con dentale peraltro scempia: meglio piuttosto ar mattutino) o quel disperde al v. 9, in luogo del quale, fatta salva l’equipollenza metrico-ritmica, ci saremmo attesi un più genuino se la squaia o se la svigna o all’arba poi se sperde o all’arba poi scompare o simili, pur di evitare insomma quel prefisso dis– caratteristico di forme più colte e quindi non propriamente popolari né popolaresche. Un dialetto – si diceva – piuttosto marcato: aferesi dell’aggettivo dimostrativo questo/a/i/e (1 ’sta piazza, 10 ’sto giardino, 16 ’sta mano, 17 ’sta maggia), posposizione dell’aggettivo possessivo (1 a nome mio), aferesi dell’articolo indeterminativo forte (2 ’na vita, 6 ’na baraonna, 11 ’na colonna vs 5 un muro, 7 un ber tormento, 8 un’onna, 11 un trave, 18 un palloncino), affricazione della sibilante dopo nasale o liquida (2 a verzo ‘a verso, nel modo giusto [locuzione]’, 17 verzo [sost.]), raddoppiamento fonosintattico in univerbazione (3 peddeppiù), chiusura fonosintattica della vocale protonica nella negazione non (3 nun è), scadimento a iod della laterale palatale (3 cojoneria ‘coglioneria’), l’articolo determinativo er semplice e articolato (4 er busto, 12 der mattino, 13 er cammino, 15 ar tempo, 17 ar verzo), chiusura fonosontattica della vocale protonica (4 de mattoni, 8 se increspa, 9 se disperde, 13 me la canto, 14 riccontà ‘raccontare’), apocope degli infiniti verbali (4 a fà ‘a fare’, 14 riccontà ‘raccontare’), assimilazione regresiva totale del nesso nd > nn (6 baraonna : 8 onna : 9 moribbonna), apofonia meccanica nella terminazione delle terze persone plurali del presente e imperfetto indicativi (7 chiameno ‘chiamano’), rotacizzazione della laterale preconsonantica anche in fonosintassi (7 un ber tormento ‘un bel tormento’, 9 all’arba ‘all’alba’, 12 der mattino, 15 ar tempo), geminazione dell’affricata alveopalatale sonora (8 s’aggita ‘si agita’, 17 maggia ‘magia’), geminazione dell’occlusiva bilabiale sonora (9 moribbonna ‘moribonda’, ), metatesi (10 drento ‘dentro’), conservazione del monottongo velare (12 nòva ‘nuova’), scempiamento della vibrante (14 vorebbe ‘vorrei’), condizionale derivato da infinito + habui/hebui (14 vorebbe ‘vorrei’), forme particolari (1 bucìa ‘bugia’, 15 puro ‘pure, anche’, uperta ‘aperta’), lessemi caratteristici (3 cojoneria ‘bazzecola, inezia, sciocchezza’, 13 séguito ‘continuo [verbo]’, 15 scortichino ‘professionista’, ma con una connotazione di ‘usurante’).
Si nota un’interessante epanadiplosi paronimica al verso 4 (M’HAN-no rifatto er busto a MONuMEN-to), che la il ritorno della rima riverbera al v. 7 (che chia-MENo movida, un ber tor-MEN-to), nonché una pronunciata frequenza della nasale bilabiale [m], di cui si contano ben 27 occorrenze. Interessanti anche le allitterazioni in v (2 vitaverzo, 18 volatovia) e in ca (17 cantocammino), le paronomasie (13-14 cantoriccontà, 14-15 an-CORa-sCOR-tichino, 15 PURo-u-PER-ta), l’enatiometria prossimale (4-5 rifÀTTOmATTÓni), le ricorrenze lessicali (2-7 verzo, 6-10 resto) ecc. Rima dialettale tra i versi 9 e 11 (moribbonna ‘moribonda’ : colonna).

Claudio Porena

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quattro × cinque =